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Shenmue III, la nostra recensione

Shenmue, la serie che ha cambiato la storia dei videogiochi, capostipite degli RPG open world, torna con l’atteso terzo capitolo che riprende le vicende iniziate dal maestro Yu Suzuki più di 20 anni fa su Dreamcast

Ogni generazione di console ha i suoi titoli incompresi fino in fondo. Giochi che per svariati aspetti riescono in qualche modo a ritagliarsi uno spazio indelebile nei cuori dei fan e nella storia, ma non abbastanza per fare breccia sul mercato. Sono giochi che non fanno della grafica o dell’azione nuda e cruda i loro punti di forza, ma piuttosto puntano sull’innovazione, su una certa atmosfera e sulle emozioni. In sintesi si tratta di opere che sembrano racchiudere in sé quella che noi definiremmo “la magia del gioco”, cioè a dire quella o quelle caratteristiche particolari che spesso rendono certi titoli unici, appunto. Uno dei casi più emblematici in questo senso è il capolavoro di Yu Suzuki, quello Shenmue che su Dreamcast affascinò milioni di appassionati in tutto il mondo, ma non abbastanza per far vendere tante copie a SEGA e consentire al suo creatore di svilupparne altri capitoli oltre il secondo. Almeno fino a oggi. Fino all’esordio attesissimo di Shenmue III uscito in settimana su Pc e PS4 edito da Deep Silver. Noi vi raccontiamo della versione per l’ammiraglia di casa Sony. Buona lettura.

POESIA E VIDEOGIOCO

Ci sono voluti quasi vent’anni, ma alla fine Shenmue III è arrivato nei negozi per la gioia di tanti appassionati, anche se purtroppo, come vedremo, non senza quelli che agli occhi di tanti nuovi giocatori sembreranno dei difetti insormontabili per poterlo apprezzare. Su tutti un comparto tecnico d’altri tempi e alcune meccaniche ormai superate, ma non per questo brutte o noiose. Proprio per questo, e per far comprendere meglio ai lettori l’approccio che abbiamo avuto a questa review, prima di iniziare la recensione vera e propria, ci sembra doveroso fare una breve analisi del “Fenomeno” Shenmue. Perché per comprenderne la natura, la sua importanza e il perché in fondo questo episodio merita un buon voto, seppur non altissimo, bisogna fare un passo indietro, fino all’epoca del rilascio del capostipite.

Descrivere in poche righe questo capolavoro, le emozioni che era in grado di suscitare, è impresa titanica. Shenmue era ed è poesia, basta giocare qualche ora e lasciarsi trasportare all’interno del suo mondo per sentirsi subito rapiti. Persino il suo creatore si inventò un nuovo termine per spiegarne perlomeno le meccaniche, coniando la sigla F.R.E.E. (Full Reactive Eyes Entertainment) a indicare ai giocatori il nuovo livello di libertà ed interazione raggiunto con la sua opera, ma soprattutto a sottolineare il nuovo passaggio, l’evoluzione importante che i videogiochi stavano per fare. Anche se erano presenti elementi tratti da picchiaduro, RPG e adventure, Shenmue non portava il giocatore ad affrontare una “normale” avventura nei panni di Ryo Hazuki alla ricerca dell’assassino del padre, ma regalava all’utente la possibilità di vivere un’esperienza a 360 gradi, molto prima e in certi casi più che in tanti moderni free roaming.

Il titolo di SEGA proponeva infatti agli utenti un’esperienza di gioco completamente diversa dal passato, dove non erano solo la storia o i personaggi a rendere unico il prodotto, ma la sensazione di far parte di qualcosa di reale, di vivere davvero quello che stava accadendo sullo schermo, in un mondo magicamente plasmato dal Magic Weather System, col passaggio giorno-notte, i cambiamenti climatici e il trascorrere dei mesi che vedeva perfino mutare l’ambiente circostante in base al periodo, col Dreamcast pronto a gestire ogni personaggio non giocante in ogni momento della sua giornata.

Impressionante da questo punto di vista la cura riversata dagli sviluppatori nella raffigurazione di ogni singolo personaggio presente nell’area di gioco. Ognuno di loro era caratterizzato in maniera estremamente dettagliata dal punto di vista fisico, sociale e vocale, ma anche nelle routine comportamentali, capaci addirittura di variare da un giorno all’altro. Perché così come nei puzzle dove ogni tessera gioca il suo ruolo ed anche la più piccola e marginale aiuta a formare l’immagine completa, così in Shenmue ogni pezzo, ogni assaggio di cultura nipponica, ogni forma di interazione e di libertà aiuta a definire quello che è stato e ancora oggi significa l’opera di Yu Suzuki.

FINALMENTE TRE!

Tutte situazioni e attività che ovviamente ritroviamo in questo Shenmue III: dallo stile di combattimento, i menu, il modo di interagire con i personaggi, gli scenari, i mini giochi. Tutto è fedele all’essenza originale del titolo, anche se lo fa ripetendo ugualmente le virtù e i difetti dei titoli precedenti. Nei panni di Ryo Hazuki, giovane esperto di arti marziali, i giocatori sono impegnati in un’avventura dalla struttura tradizionale, pregna di sentimenti e vendetta, ambientata nel 1987. Dopo gli eventi narrati in Shenmue II, infatti, Ryo viaggia da Yokosuka, in Giappone, fino alle montagne di Guilin, in Cina, alla ricerca dell’assassino di suo padre, Lan Di. Lì incontra Ling Shenhua, una ragazza misteriosa che in precedenza era apparsa nei suoi sogni, con la quale intraprende un nuovo viaggio che rivela un destino condiviso tra i due. Il tutto all’interno di un mondo “vivo” e vibrante, pieno di luoghi da esplorare, enigmi da risolvere e dove si possono fare tante cose: comprare oggetti da collezione, cibo, giocare coi videogiochi al bar, ascoltare musica, mangiare e bere qualsiasi prodotto venduto in un qualsiasi locale o negozio.

Volendo si può seguire semplicemente la linea della trama principale, ma così si perde tutto il resto, non assaporandone appieno ogni preziosa sfumatura. E nel gioco queste ultime sono importantissime, forse più del resto del gameplay. Per questo motivo ogni singola attività, anche quella all’apparenza più insignificante ha una sua rilevanza:   telefonare a una serie di numeri che mano a mano si possono raccogliere e aggiungere in rubrica, anche degli amici rimasti in Giappone, serve per esempio a mantenere i rapporti ma anche a riprendere alcune tematiche relative ai primi due Shenmue, approfondendo aspetti della trama. Idem dialogare con le decine di personaggi non giocanti, che sembrano davvero avere una vita propria, con i loro impegni quotidiani e il ritmo della propria esistenza scandito dal passare delle ore e delle stagioni, e così via. Perfino fare a botte o allenarsi per strada ha una sua utilità. Agli elementi tipicamente da simulazione di vita reale e RPG, infatti, anche in questo terzo capitolo Yu Suzuki unisce quelli da picchiaduro: per vendicare il padre, e non solo, Ryo deve quindi vedersela spesso con dei malintenzionati, e per tenergli testa deve accrescere e gestire le sue abilità nel kung-fu allenandosi e imparando nuove tecniche.

Shenmue III offre i tal senso un sistema di combattimento arduo e coinvolgente, dove i giocatori possono potenziare le mosse pian piano, per sconfiggere i nemici più tenaci. Le fasi di lotta non diventano semplici fasi in cui premere pulsanti a casaccio, ma più tattici, costringendo a pensare ogni movimento, a prendersi cura della barra di salute ed energia di Ryo e ad analizzare gli stili di combattimento di ogni nemico. Insomma, come avrete capito, è un gioco che come i suoi illustri predecessori, offre una pletora di attività e situazioni tali da impegnare per decine di ore e, se ci si lascia catturare, divertire per tanto tempo.

Shenmue III è un titolo d’altri tempi, e lo si vede anche dal suo comparto tecnico. Il gioco poggia le sue basi sull’Unreal Engine 4, ma propone animazioni e modelli poligonali vecchio stampo. In tal senso la produzione si fa forte della direzione artistica di Yu Suzuki e del carisma dei suoi personaggi, che mantengono una sorta di linea di continuità stilistica con i precedenti episodi. Elementi che in fondo probabilmente non dispiaceranno ai vecchi fan. Il gioco mostra invece una Cina magnifica, piena di fascino e di pericolo, dai villaggi in festa ai covi bui e umidi dei nemici: una profusione di paesaggi in cui immergersi. Dal punto di vista del sonoro, buono il doppiaggio in inglese e giapponese, discretamente sincronizzato col labiale dei personaggi. Ottima invece la colonna sonora, che richiama melodie passate e sonorità asiatiche.

COMMENTO FINALE

Shenmue è stato a tutti gli effetti una pietra miliare della storia dei videogiochi. Un titolo rivoluzionario, capace all’epoca del rilascio di stupire il pubblico e porre le basi per lo sviluppo e l’evoluzione di un genere, quello degli open world, che negli ultimi anni ormai ha fatto breccia più che mai nei cuori di milioni di appassionati grazie a una serie di titoli sempre più avvincenti e tecnicamente sofisticati.

Ma è proprio qui che sta il problema di Shenmue III: arrivare sul mercato con vent’anni di ritardo, con delle meccaniche e uno stile che se ieri potevano stupire, oggi magari possono far sorridere e non convincere fino in fondo. Questo non vuol dire che sia brutto, ma solo che per apprezzarlo a fondo bisogna approcciare l’esperienza con la giusta apertura mentale, senza paragoni o pregiudizi nei confronti di un titolo che mostra, senza nasconderli, i suoi “diciotto anni di ritardo”. Solo così si potrà assaporare appieno tutta l’atmosfera di un gioco tecnicamente vetusto, ma dalla buona giocabilità, dalle sfumature poetiche e dal fascino indiscutibile.

Pregi

Protagonista, atmosfera e ambientazioni sempre affascinanti. La struttura di gioco è ancora capace di coinvolgere l’utente. Testi in italiano. Buon sistema di combattimento. Giocabilità varia e ben architettata…

Difetti

...nonostante alcune meccaniche appaiano ormai vetuste. Animazioni rigide e modelli poligonali dei personaggi antiquati. Tecnologicamente arretrato.

Voto

7,5

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1 commento su “Shenmue III, la nostra recensione”

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