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The Division 2, Recensione

Da New York a Washington, Massive Entertainment ci riporta negli USA di Tom Clancy, in crisi dopo un attacco bio-terroristico

The Division 2 è uno sparatutto avventuroso con alcune meccaniche da gioco di ruolo e altre prese dal mondo degli MMO, seguito dell’omonimo titolo realizzato nel 2016 da Massive Entertainment che dopo qualche critica iniziale seppe riprendersi alla grande nel tempo, grazie a una serie di modifiche apportate dallo sviluppatore seguendo i feedback dei giocatori, diventando poi uno dei titoli preferiti dagli amanti dei cosiddetti looter shooter.

Diciamo subito che anche questo seguito è un buon titolo, di certo migliore dell’originale, in grado di offrire più contenuti, nonché un adeguato numero di ore di gioco e situazioni. La storia è scorrevole nella sua semplicità, il gameplay è rigorosamente da sparatutto in terza persona con ceste, loot box e missioni adrenaliniche, e tecnicamente si presenta all’altezza delle aspettative, pur non risultando mai sbalorditivo. Nonostante queste premesse, però, ci sono alcuni elementi che lo tengono ben lontano dal muro ideale del nove, come potrete leggere nelle prossime righe.

UN PO’ DI STORIA

Gli Stati Uniti sono sprofondati nel caos e nell’anarchia dopo un’epidemia su larga scala che ha sconvolto l’intero paese durante il Black Friday, provocando migliaia di vittime. Una dopo l’altra, a partire da New York, le principali città americane cadono schiacciate dall’anarchia e da una pesante crisi umanitaria causata anche dalla carenza di acqua, cibo e medicinali.

Per contrastare l’epidemia, il presidente statunitense emette la Direttiva 51, che però non sortisce l’effetto sperato, così l’unica speranza di riportare l’ordine, scoprire la causa scatenante del virus e salvare più vite possibili viene riposta nella squadra speciale SHD (Strategic Homeland Division), meglio conosciuta come La Divisione. Sette mesi dopo lo scoppio della pandemia, la situazione è leggermente migliorata, ma nelle città non mancano i problemi, come a Washington D.C., dove non solo si teme un colpo di Stato, ma è a rischio la rete Shade, la speciale infrastruttura di intelligence che sostiene le operazioni del gruppo.

Ed è proprio nella capitale che il giocatore è chiamato a operare. Purtroppo a dispetto delle enormi potenzialità, The Division 2 non racconta una storia in sé, se non attraverso pochi intermezzi filmati che fungono più che altro da raccordo tra una missione e l’altra o i classici file di testo e collezionabili sparsi in giro per la città. Un vero peccato perché anche se il genere di appartenenza punta decisamente su altri elementi, una trama più dettagliata, raccontata con un piglio coinvolgente non avrebbe guastato, rendendo più immersiva l’esperienza. Per lo stesso fine, dare al personaggio gestito dall’utente un certa “personalità”, anziché proporlo ancora una volta come una sorta di pupazzo silenzioso impegnato a seguire le vicende e partecipare a una serie di incarichi, avrebbe giovato al titolo. Ma tant’è, chi ama i cosiddetti looter shooter non lo fa certo per il racconto.

MORE OF SAME

Anche la struttura di gioco è quella del predecessore, tant’è che possiamo tranquillamente parlare del classico “more of the same”, ma non mancano le novità, come l’aumento dei contenuti, dei miglioramenti grafici, e una serie di aggiustamenti qua e là utili per sistemare quanto non aveva funzionato in passato, migliorare i controlli e semplificare la vita al giocatore. L’avventura si sviluppa quindi attraverso una serie di missioni principali, intervallabili con libere fasi esplorative, incarichi secondari e operazioni di conquista e liberazione di avamposti occupati da chi minaccia la libertà degli abitanti della città. Questi elementi servono a dare un po’ di varietà allo schema principale di gioco, anche se poi alla lunga possono risultare ripetitive e sortire gli effetti opposti in chi non è abituato a questo genere di giochi o non è molto propenso a operare in un certo modo, anche meccanicamente, allo scopo di ottenere delle ricompense.

Perché lo scopo ultimo è proprio questo: ogni azione svolta in The Division 2, a prescindere dalla storia, ha come obiettivo quello di far guadagnare un certo bottino al videogiocatore, che potrà poi spenderlo per salire di livello, migliorare le sue tecniche e  l’equipaggiamento. A proposito, nel titolo sono presenti come accennato nell’introduzione delle loot box e ci sono quindi delle microtransazioni attuabili usando la valuta premium che può essere acquistata dallo store interno del gioco con soldi veri. Ebbene, fortunatamente le “casse” contengono pacchetti che forniscono elementi prettamente estetici per personalizzare il proprio personaggio, come tatuaggi, skin e abiti, e quindi nulla che vada a influire negativamente sullo sviluppo per esempio dell’avatar. Per quanto riguarda proprio build e bilanciamento di quest’ultimo, la crescita avviene come in passato, anche se il gioco in tal senso semplifica alcune delle dinamiche ruolistiche per lo sviluppo dello stesso e nella gestione del suo equipaggiamento.

Il personaggio può quindi contare su un maggiore numero di abilità da coltivare, ben diversificate, e salire di livello in maniera un po’ più rapida guadagnando punti sul campo, mentre ha vita più facile nel passare da un tipo di equipaggiamento all’altro. Non male considerando che in questo modo diventa più agevole poter testare i numerosi gadget vecchi e nuovi, parecchi da sbloccare, messi a disposizione del giocatore. Accessori, armature e armi che tra l’altro hanno una loro utilità e non sono messi lì giusto per far numero, ma in funzione delle varie missioni e necessità del gruppo. Tutto questo grazie anche all’ottimo feedback delle armi, che rispondono in maniera credibile agli imput e fanno sentire il loro diverso peso e la loro efficacia anche all’interno delle stesse classi durante i tanti conflitti a fuoco che caratterizzano questo seguito. Sono infatti le sparatorie le protagoniste assolute del gioco, più che nel predecessore. Queste ultime sono più numerose e perfino meglio bilanciate rispetto a quelle viste nel primo The Division, con un loot sui nemici e sulle casse piuttosto florido.

L’IMPORTANZA DEL GRUPPO 

D’altronde l’azione si svolge in una vera e propria città in guerra, dove la guerriglia urbana è la prassi e il rischio imboscate è all’ordine del giorno. Da questo punto di vista non mancano i nemici da combattere, tanti e capaci di tenere impegnati i giocatori a ondate in snervanti scontri a fuoco, grazie a un’intelligenza artificiale tutto sommato buona, che però sembra variare a seconda che si giochi in singolo o in cooperativa.

Disputando delle missioni in gruppo abbiamo infatti notato come i nostri avversari si muovessero con una certa logica sul campo di battaglia, tentando movimenti di accerchiamento in fase offensiva o riposizionandosi adeguatamente quando c’era da coprirsi, piazzando magari un cecchino per proteggere i fianchi e inviando un “cane sciolto” alle nostre spalle per tentare di sorprenderci mentre cercavamo una sortita convinti ormai di averli in pugno. Viceversa, nelle missioni svolte in solitaria, certe routine comportamentali ci sono sembrate meno “lucide”, con cambi di posizione non sempre dettate dalla situazione del momento, o azioni casuali e suicide quando magari sarebbe stato più logico continuare a bloccarci in un angolo tenendoci sotto tiro.

La sensazione è che il team di sviluppo abbia voluto “aiutare” un po’ quegli utenti che amano (o sono costretti a) agire da soli cercando di rendere un po’ meno complicati i movimenti degli avversari, senza però inficiare più di tanto sul livello di sfida che resta abbastanza alto e funzionale allo scopo, soprattutto nei livelli più avanzati, contro i boss o nella dark zone. Certo, non mancano delle lacune, ma queste sembrano più legate a dei bug risolvibili con qualche patch che “gravi e irrisolvibili errori di programmazione”. Per esempio da sistemare al più presto c’è la questione dei nemici che talvolta si teletrasportano inspiegabilmente da un punto all’altro della mappa creando non pochi problemi, o che addirittura diventano invulnerabili per un certo lasso di tempo e non ne vogliono sapere di crollare a terra morti se non dopo aver incassato più colpi del normale. Situazioni che non compromettono la fruibilità del titolo ma che di certo, anche se non frequenti, costituiscono un certo fastidio.

WASHINGTON DOPO LA CATASTROFE 

Dal punto di vista grafico, The Division 2 è davvero ben fatto, e anche se non assistiamo a uno stacco notevole rispetto al primo The Division, le differenze a favore del secondo capitolo si vedono.

Da questo punto di vista la cosa è più evidente negli effetti particellari e in un rinnovato sistema per la gestione delle luci e delle ombre, col risultato di avere degli scorci davvero notevoli e talvolta perfino suggestivi, come quando ci si ritrova a camminare nella nebbiolina appena albeggia, o ci si imbatte in un’imboscata notturna mentre la città è sferzata da una tempesta di acqua e vento.

Ottima poi la rappresentazione della fittizia Washington, e anche se i grafici non hanno potuto utilizzare simboli e marchi originali, sono riusciti ugualmente a ricreare ogni aspetto della capitale americana. La città sembra uscita da film come Io sono leggenda o documentari come La terra dopo l’uomo, con le strade e gli edifici che in alcune aree sono invase dalla vegetazione, animali che scorazzano liberamente per i vicoli e vecchi palazzi decadenti, sensibili strutturalmente agli smottamenti del terreno causati da qualche esplosione o dalle radici degli alberi che cercano di farsi strada sotto l’asfalto, che perdono pericolosamente dei pezzi.

Insomma, non avrà lo stesso fascino della New York innevata del primo, ma la Washington ricreata con lo Snowdrop Engine è comunque un bel vedere col suo stile post-apocalittico differente. È essenziale spendere ancora qualche parola sulla questione tecnica e sulla conseguente libertà offerta al giocatore. Grazie all’ottimo level design e ai vari effetti sopracitati, The Division 2  sopperisce a qualche carenza tecnica e fa chiudere un occhio su un paio di crash improvvisi, sulla presenza di alcune texture dalla qualità altalenante e su alcuni saltuari cali di frame-rate, visto che il gioco non sempre gira stabilmente a 30 fotogrammi per secondo a 1080p su PlayStation 4 base (su PlayStation 4 Pro la risoluzione oscilla dai 3456×1944 pixel ai 2458×1382 pixel, senza cali di fotogrammi). Buona la recitazione a livello audio, grazie alla credibile interpretazione dei vari personaggi fatta dai doppiatori in lingua inglese, mentre in generale l’opera propone un comparto sonoro di tutto rispetto, in grado di accompagnare adeguatamente il giocatore in ogni fase dell’avventura, da quelle più lente a quelle più action, e questo anche dal punto di vista delle musiche, mai invasive.

COMMENTO FINALE

 Titoli come The Division 2 necessiterebbero di settimane e settimane prima di essere giudicati, ma purtroppo i tempi di lavorazione di un articolo e le esigenze editoriali di un giornale non sempre combaciano con quelli “naturali” necessari per completare o testare a lungo termine certi giochi. Ad ogni modo, dopo una decina di giorni e una sessantina di ore spese per le vie della Washington di Ubisoft possiamo di certo stilare un resoconto ed esprimere un giudizio su una produzione ambiziosa che migliora tutto il migliorabile del gioco che lo ha preceduto. Basato come esso sulle sparatorie, il loot e l’equipaggiamento,  The Division 2 punta su un maggior numero di contenuti e su alcuni ritocchi al gameplay per conquistare quella vasta fetta di pubblico che ama i cosiddetti lootbased shooter, che qui troveranno pane per i loro denti. Da questo punto di vista l’ultima fatica di Massive Entertainment non è un gioco per tutti, specie per chi magari è alla ricerca di un’avventura ricca di sfaccettature a livello narrativo: ma d’altronde chi ambisse a giocare a The Division 2 principalmente per gli elementi ruolistici o per una storia profonda e appagante sarebbe decisamente fuori strada. Promosso con qualche riserva, quindi, ma solo per via di alcuni problemi tecnici.

Pregi

Più grande e vario del predecessore. Ottimo livello di sfida grazie a un efficace sistema di sparatorie, al buon feedback delle armi e alla funzionale intelligenza artificiale dei nemici. La risposta dei controlli è piuttosto buona. Microtransazioni non invasive. Tecnicamente ben fatto…

Difetti

… anche se alcuni problemi di ottimizzazione, con crash improvvisi e cali di frame-rate richiedono un immediato update da Ubisoft. Quest secondarie alla lunga ripetitive, anche se gli sviluppatori si sono impegnati per cercare di variare il più possibile i compiti da svolgere

Voto

8,5

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