Mirage 7 è uno di quei titoli che attirano l’attenzione ancora prima di iniziare a giocare. Non solo perché dietro ci troviamo Drakkar Dev, uno studio italiano che negli anni ha dimostrato una notevole capacità di sperimentare, ma perché sceglie di muoversi in un territorio narrativo e stilistico che pochi team indipendenti hanno il coraggio di affrontare. In un mercato dominato da produzioni fotorealistiche e open world sterminati, questo progetto punta tutto sull’atmosfera, sull’intreccio tra mito e fantascienza e sulla costruzione di un mondo che vuole essere fiaba oscura e racconto distopico allo stesso tempo.
È un’opera che nasce da un’ambizione evidente, quasi ostinata, e che prova a raccontare una storia più grande delle sue stesse possibilità tecniche. Seguiteci dunque in questa recensione della versione PS5 di Mirage 7. Ricordiamo che il gioco, pubblicato da Blowfish Studios, è disponibile anche su Pc, PS4, Xbox One e Xbox Series X/S. Buona lettura.
UNA FIABA NERA TRA DUNE, VISIONI E SEGRETI SEPOLTI
La storia segue Nadira, una giovane donna determinata a ritrovare la sorella perduta. Il suo viaggio inizia come una ricerca intima e personale, immersa in un deserto che sembra uscito da un racconto delle Mille e una Notte, ma presto si trasforma in qualcosa di molto più complesso. L’incontro con il Visir, figura ambigua che guida e manipola allo stesso tempo, e le apparizioni di una misteriosa strega che parla per enigmi, aprono la strada a una narrazione che si muove tra simbolismi, visioni e frammenti di verità.
Il mondo di Mirage 7 è costruito come una fiaba oscura, una “dark fairytale” che non offre risposte immediate e che lascia volutamente zone d’ombra. Le informazioni arrivano attraverso appunti, collezionabili e deduzioni che il giocatore deve ricomporre, in un approccio che richiama certe opere criptiche e frammentate. La sorpresa più grande arriva quando il tono cambia.

Il viaggio spirituale tra dune e rovine millenarie si apre a una dimensione fantascientifica fatta di laboratori, biotecnologie e cospirazioni. È un passaggio audace, che amplia l’immaginario e dona profondità al mondo di gioco. Tuttavia la narrazione non riesce sempre a mantenere la stessa coesione: troppe informazioni restano sospese, troppi elementi vengono suggeriti senza essere sviluppati.
Anche il finale arriva in modo brusco, lasciando la sensazione che manchi un intero atto conclusivo. Nonostante ciò, l’atmosfera rimane uno dei punti più forti del gioco. Il titolo sa essere evocativo, inquietante, misterioso. Sa costruire un mondo che incuriosisce e che invita a esplorare, anche quando la storia non riesce a esprimere tutto il suo potenziale.
VIVERE DI ENIGMI E INCIAMPARE NELL’AZIONE

Mirage 7 si presenta come un action-adventure in terza persona, ma la sua anima è molto più vicina a quella di un’avventura rompicapo con elementi di sopravvivenza. Il fulcro dell’esperienza è l’esplorazione, accompagnata da una serie di enigmi ambientali che rappresentano senza dubbio il punto più riuscito del gioco. Il rapporto tra Nadira e Jiji, la piccola lucertola che la accompagna, è centrale sia nella narrazione che nelle meccaniche. Jiji può infilarsi in cunicoli, attivare interruttori, evidenziare simboli nascosti e aprire passaggi altrimenti inaccessibili.
È un compagno di viaggio che non si limita a seguire la protagonista, ma diventa uno strumento indispensabile per risolvere puzzle ingegnosi e ben costruiti. I dungeon, soprattutto il primo, brillano per varietà e creatività: specchi da orientare, oggetti da combinare, scene da ricreare, meccanismi da attivare con tempismo. È qui che il gioco mostra la sua identità più forte, regalando momenti di soddisfazione autentica e un ritmo che alterna osservazione, intuizione e sperimentazione. Purtroppo, quando si passa al combattimento, l’esperienza perde gran parte del suo fascino.

Il sistema corpo a corpo è rigido, poco reattivo, con animazioni legnose e un lock-on impreciso. La schivata sposta la telecamera in modo innaturale, rendendo difficile mantenere il controllo dell’azione. Nadira può incassare pochi colpi, mentre i nemici richiedono una quantità eccessiva di attacchi per essere abbattuti.
La gestione della salute poi complica ulteriormente le cose.
Bere dalla borraccia immobilizza la protagonista e ripristina una quantità minima di vita, costringendo a un loop ripetitivo di colpisci-schiva-allontanati-bevi. La fionda, ottenuta più avanti, migliora la situazione grazie a un aggancio più affidabile, ma non risolve del tutto i problemi di fondo. Il risultato è un sistema di combattimento che sembra appartenere a un’altra epoca, incapace di sostenere il ritmo dell’avventura e spesso fonte di frustrazione più che di sfida.
UN DESERTO CHE AFFASCINA E PUNISCE

L’esplorazione, come dicevamo prima, è uno degli aspetti più riusciti del gioco. Il deserto di Mirage 7 è un luogo ostile, ma ricco di dettagli e di piccoli segreti. Le meccaniche di sopravvivenza, come accendere fuochi o raccogliere acqua dai fiori desertici, aggiungono un tocco di tensione senza diventare mai oppressive. La sezione notturna dedicata alla raccolta di ingredienti rappresenta però un passo falso.
Essa infatti risulta lenta, ripetitiva e poco ispirata, e spezza il ritmo dell’avventura senza aggiungere nulla di significativo alla progressione. Il secondo tempio riprende le idee del primo con alcune variazioni, ma è proprio quando ci si aspetterebbe un crescendo narrativo e ludico che l’avventura si interrompe bruscamente, lasciando un senso di incompiutezza difficile da ignorare.
UN MIRAGGIO CHE SVANISCE DA VICINO

La direzione artistica di Mirage 7 è affascinante. Il mix tra estetica mediorientale, suggestioni cyberpunk e atmosfere da fiaba oscura crea un immaginario unico, capace di regalare scorci suggestivi e momenti visivamente potenti. Tuttavia la realizzazione tecnica non riesce a sostenere questa visione. Le texture sono spesso piatte, i modelli poligonali semplici, le animazioni rigide.
Le transizioni tra corsa e combattimento mancano di fluidità, e le espressioni facciali non riescono a trasmettere l’intensità emotiva che la storia vorrebbe evocare. Non mancano problemi di ottimizzazione, con cali di framerate, pop-in e bug che spezzano l’immersione. L’interfaccia utente soffre di leggibilità scarsa, con indicazioni poco chiare e pulsanti difficili da individuare.

È un peccato perché l’atmosfera c’è, e quando tutto funziona Mirage 7 riesce davvero a trasportare il giocatore nel suo mondo. Ma questi limiti tecnici diventano barriere costanti, che impediscono all’esperienza di raggiungere il livello che meriterebbe. Se la grafica mostra i suoi limiti, il comparto sonoro rappresenta invece uno dei punti più forti della produzione.
La colonna sonora fonde strumenti tradizionali mediorientali con tonalità elettroniche più cupe, accompagnando perfettamente il passaggio dal fantasy alla fantascienza. Il doppiaggio inglese è ben recitato, con una particolare cura per le visioni e per la voce della strega, che contribuisce a creare un’atmosfera inquietante e misteriosa. Gli effetti ambientali, dal vento tra le dune al ronzio dei droni, sono curati e aiutano a costruire un mondo credibile e vivo.

POTREBBE DARE SODDISFAZIONI
Mirage 7 è un’opera che colpisce per ambizione e identità. Quando si concentra sui suoi punti di forza (enigmi, atmosfera, rapporto tra Nadira e Jiji)riesce a regalare momenti davvero memorabili. La sua miscela di fantasy e fantascienza è originale, la narrazione ha spunti interessanti e il mondo costruito da Drakkar Dev ha un fascino innegabile. Tuttavia i limiti tecnici, il combattimento poco rifinito e un finale che arriva troppo presto impediscono al gioco di raggiungere il livello a cui chiaramente aspira.
È un’avventura che si avvicina al traguardo senza riuscire a tagliarlo, lasciando dietro di sé la sensazione di un potenziale inespresso. Lo consigliamo a chi ama le avventure narrative, i puzzle ambientali e le atmosfere esotiche, e a chi sa chiudere un occhio sui difetti tecnici in favore di una buona storia. Chi cerca un action fluido e moderno, invece, potrebbe rimanere deluso.
Pregi
L’atmosfera da fiaba oscura è uno degli elementi più riusciti. Il rapporto tra Nadira e Jiji funziona sia narrativamente sia nel gameplay, con puzzle che sfruttano bene le abilità della lucertola. Gli enigmi ambientali rappresentano la parte migliore dell'esperienza. La direzione artistica, pur con limiti tecnici, riesce a creare scorci suggestivi e un immaginario distintivo. Il comparto sonoro è curato.
Difetti
Il sistema di combattimento è rigido e poco reattivo. La gestione della salute e la schivata peggiorano ulteriormente la fluidità degli scontri, rendendoli spesso frustranti. La narrazione lascia troppe informazioni in sospeso e il finale arriva in modo brusco, dando una sensazione di incompiutezza. Il comparto tecnico mostra limiti evidenti. L’interfaccia utente è poco leggibile e alcune sezioni risultano inutilmente macchinose.
Voto
6,5