Molti videogiochi ci fanno sentire potenti, poichè ci mettono in mano armi di distruzione più e meno di massa. Poi ce ne sono altri che invece ci affidano un timbro e la responsabilità di decidere chi “merita” di superare una determinata soglia. Quarantine Zone: The Last Check appartiene a questa seconda categoria: si tratta di un gestionale/simulatore in prima persona che ci piazzerà in un gabbiotto di controllo durante un’epidemia zombie, con una fila di sopravvissuti allo stremo da controllare e un’unica certezza. Commettere anche solo un errore di valutazione potrà avere conseguenze serissime.
Dietro il progetto troviamo Brigada Games, uno studio indipendente fondato negli Emirati Arabi Uniti ma attualmente insediato a Yerevan, in Armenia, che dopo la creazione e la diffusione di una prima demo del progetto divenuta poi virale, attirò l’attenzione di Devolver Digital. Uno dei principali publisher globali di videogiochi indie, noto per puntare su idee di design poco convenzionali. In questo caso, tra sperimentazioni e qualche cambio di rotta, l’idea alla base del progetto è rimasta la medesima: mettere la burocrazia al centro di un’apocalisse.
Andiamo quindi a scoprire Quarantine Zone: The Last Check in questa recensione. Ricordiamo che il gioco, pubblicato da Devolver Digital, è disponibile solo su Pc, via Steam. Buona lettura.
LA CRUDEZZA DI UN MONDO COLLASSATO
Quarantine Zone: The Last Check non presenta una trama propriamente detta, bensì un contesto di cruda chiarezza che fa da sfondo al gioco vero e proprio. E’ in corso un’epidemia zombie e ci troviamo all’interno di un rifugio da proteggere a tutti i costi. Qui vestiamo i panni di un agente incarico di gestire un checkpoint verso una zona sicura, che viene evacuata periodicamente dall’esercito. La gente si presenta all’ingresso sporca, ferita, disperata. Alcuni di loro sono sani, altri malati e altri ancora infetti (chi in maniera evidente, chi meno). Il nostro lavoro consiste nel fare una minuziosa scrematura: far accedere al rifugio le persone sane, mandare in quarantena i malati per tenerli sotto osservazione, o magari al laboratorio per analisi aggiuntive…
Oppure ordinare l’eliminazione dei casi compromessi in maniera più e meno evidente. La componente più interessante della produzione riguarda proprio questa sorta di equilibrio tra la pressione derivante dagli zombie all’esterno e quella relativa alle conseguenze sociali interne. Trattare le persone come del bestiame accelera il panico, mentre essere troppo permissivi rischia di far collassare la sicurezza. L’approccio ludicamente più valido è dunque quello animato da un sano cinismo, volto a mettere davanti a tutto la salvezza dell’umanità ancora libera dall’infezione.
IL PERICOLO SI NASCONDE OVUNQUE
Come dichiarato dagli stessi sviluppatori, il gameplay si ispira a titoli come Contraband Police (qui la nostra recensione) e Papers, Please: il risultato è una routine ossessiva, quasi ipnotica. Arriva un sopravvissuto, lo esaminiamo, decidiamo cosa farne e infine passiamo al prossimo. La prima linea d’indagine è sempre di natura “umana”. Osserviamo la pelle, gli occhi, eventuali ferite, la temperatura corporea, la postura. E progredendo nel gioco avremo accesso a strumenti di controllo sempre più invasivi finalizzati a confermare o smentire il nostro istinto.
Termometro, scanner “polmonare”, test dei riflessi (un martello ndr) e via discorrendo. L’arsenale medico crescerà di giorno in giorno, dandoci quella soddisfazione da rompicapo investigativo in cui colleghiamo sintomi e cause con la sicurezza di chi pensa di aver capito tutto… Almeno finchè non si presenterà un caso limite che ribalta le carte in tavola, che a quel punto manderemo prontamente in laboratorio per ulteriori analisi e accertamenti.

Quarantine Zone: The Last Check è inoltre animato da un umorismo macabro che sfiora la provocazione, soprattutto quando entra in scena il contrabbando. Alcuni sopravvissuti infatti si presenteranno con zaini/borsoni dei quali dovremo ispezionare il contenuto: cibo, ricordi e oggettistica varia, ma anche droghe e armi, che bisognerà sequestrare prontamente.
E non solo: ci saranno anche persone che tenteranno di passare i controlli nascondendo oggetti dentro il proprio corpo… L’utilizzo dello scanner diventerà quindi una specie di metal detector dell’orrore. Al lancio certi oggetti erano praticamente impossibili da rilevare, salvo una patch tempestiva che ha poi risolto il problema (anche se ancora adesso restano tutt’altro che semplici da individuare).
CONTROLLI, MA ANCHE DIFESA, GESTIONE E RICERCA

Oltre al gabbiotto e a tutti i vari controlli da eseguire in prima persona, c’è poi la componente gestionale. Cibo, carburante, medicinali, posti letto, difese e miglioramenti vari. Dopotutto le persone salvate necessiteranno di cure e premure varie prima di essere prelevate dall’esercito periodicamente (per poi essere portate al sicuro), stando però attenti a non far passare persone infette.
Ci sono infatti dei sintomi che collocano i sopravvissuti in una sorta di “zona grigia”, cioè potrebbero diventare poi zombie così come guarire e risultare quindi sani. La quarantena servirà proprio a questo, a tenere sotto osservazioni questi casi “dubbi”. Nel caso dovessimo commettere una leggerezza e consentire a una persona infetta di accedere alla parte dei dormitori, la perdita di vite umane e risorse sarebbe davvero seria.

A spezzare il ritmo dato da giorni di controlli e routine manageriali del campo ci saranno dei brevi incarichi relativi alla ricerca scientifica e alla difesa “attiva”. Più nello specifico, controlleremo un drone militare con cui bisognerà respingere delle ondate di zombie.
Si tratta di un diversivo non del tutto spiacevole, ma alla pari della componente gestionale rappresenta una componente che probabilmente avrebbe meritato un maggiore approfondimento. Si tratta infatti di elementi appena accennati, che invece di affiancare il focus principale (il controllo in prima persona dei sopravvissuti ndr) si limitano a fare da “contorno”.
BUONA CURA E PRONTEZZA D’INTERVENTO

Quarantine Zone: The Last Check è una produzione che punta sulla concretezza, anche a livello grafico. L’estetica è quella di un mondo collassato per via di un’epidemia zombie, dove la direzione artistica si concentra su materiali consumati, superfici unte e graffiate, abbigliamenti logori. E soprattutto corpi, volti che devono comunicare stanchezza, febbre, infezioni, traumi.
E’ un realismo “ruvido” che non punta sulla bellezza, ma riesce comunque a centrare l’obiettivo più importante in questo specifico contesto: metterci nelle condizioni di farci “leggere” una persona. La componente visiva dopotutto è parte integrante del gameplay, qui soprattutto. Il colore della pelle, gli occhi, la respirazione, le ferite: sono tutti indizi, micro-informazioni determinanti per decidere le sorti dei numerosi sopravvissuti.

Certo, non mancano animazioni alquanto “meccaniche” o eccessivamente rigide, così come modelli un po’ approssimativi. Ma per essere una produzione indipendente con dei dichiarati obiettivi, ludici e non, il risultato è più che apprezzabile. Il team di Brigada Games dà il meglio di sé nel palcoscenico principale del gioco, cioè il checkpoint.
La fila di persone desiderose di entrare e trovare riparo, l’isolamento del gabbiotto, la luce fredda, l’aria di procedure standardizzate in un mondo che ha smesso, di essere standard. E’ un’atmosfera che non richiede grafiche ed effetti super-elaborati, ma una coerenza di fondo qui presente senza se e senza ma. Buona anche l’interfaccia, fondamentale nel dover gestire un numero crescente di strumenti, sintomi ecc, anche se nelle fasi avanzate la “scorrevolezza” va un po’ a farsi benedire.
Il comparto sonoro gioca un ruolo importante nella credibilità dell’atmosfera. Il rumore dei passi, ferraglia, ventole, porte, comunicazioni radio, segnali degli strumenti: tutto contribuisce a rendere credibile il contesto, che trova nel doppiaggio (non così frequente, ma comunque presente) il suo alleato più potente in tal senso. I lamenti, le reazioni, le suppliche delle persone possono rappresentare un moltiplicatore di empatia… O anche di irritazione. Febbre a 42, occhi rossi e pelle verdognola? Mi spiace ma non ti faremo mai entrare.
A livello tecnico Quarantine Zone: The Last Check si è comportato bene nel corso della nostra prova, manifestando giusto alcuni bug comprensibili per una produzione di questo tipo, specie piccole imperfezioni visive e qualche compenetrazione di elementi. Per il resto, alcune patch tempestive hanno già risolto la maggioranza dei problemi presenti in precedenza.

DA AVERE SENZA RISERVE
Quarantine Zone: The Last Check è un’esperienza interessante, che ci mette in una posizione scomoda, fornendoci strumenti piacevolmente “tattici” e costringendoci a ragionare in condizioni difficili. Il team di Brigada Games è riuscito a trasformare un gesto ripetitivo (controllare delle persone in fila ndr) in un rituale teso, quasi meditativo, dove ogni dettaglio può segnare in maniera indelebile la differenza tra “tutto ok” e “oh no, ho combinato un disastro”. Il limite della produzione è tutto lì, nella varietà delle procedure di controllo e soprattutto nell’approfondimento delle componenti accessorie, come quella gestionale, che si sarebbe potuto e dovuta sfruttare molto meglio. Nel complesso però rimane un titolo fuori dagli schemi che vale assolutamente la pena provare.
Pregi
Loop del checkpoint magnetico: osservazione e analisi dei sintomi, vari strumenti "investigativi" e potere decisionale. Tensione morale costante, con un tono nerissimo che riesce a rimanere costante nella sua coerenza. Intermezzi (laboratorio/droni) utili a spezzare il ritmo. Buon supporto post-lancio con patch tempestive.
Difetti
Varietà di sintomi/casi non sempre sufficiente a sostenere sessioni lunghe. Componenti accessorie, soprattutto gestionale, poco approfondite. Qualche altra ruvidità tecnica da limare.
Voto
8
