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The Legend of Heroes: Trails beyond the Horizon, verso nuovi orizzonti, recensione

Un capitolo che raccoglie il passato della serie e lo spinge verso un futuro ancora più vasto e complesso

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Per i fan della serie Trails, The Legend of Heroes: Trails beyond the Horizon rappresenta l’attesissima e degna conclusione di un arco semplicemente epico, temporaneamente sospeso dopo il finale di Daybreak II (2022) e che ora giunge a un epilogo concreto. Nihon Falcom torna dunque sul mercato con la conclusione dell’arco di Calvard, e lo fa in grande. Confezionando un titolo che non lascia molto spazio alle critiche in termini di narrazione, sistema di combattimento e colonna sonora.

Seguiteci nell’ultima avventura di Van Arkride con questa recensione della versione Pc di The Legend of Heroes: Trails beyond the Horizon. Ricordiamo che il gioco, pubblicato da NIS America, è disponibile anche su PS4, PS5, Switch e Switch 2. Buona lettura.

UN MONDO CON UNA LUNGA STORIA

Iniziamo col dire un’ovvietà: The Legend of Heroes: Trails beyond the Horizon non è un gioco per tutti. O meglio, non costituisce certo un punto d’ingresso per i neofiti. Infatti la serie The Legend of Heroes (o semplicemente Trails per gli appassionati) è un colosso narrativo che esiste dal 2004 e che con questo arriva a contare ben tredici capitoli, tutti strettamente interconnessi. Ogni dialogo, personaggio di passaggio e lettera nel “notebook” di Van ha radici profonde in qualcosa che è accaduto capitoli o addirittura archi narrativi interi prima.

E come è lecito che sia in casi come questo, il team di Nihon Falcom non semplifica, non riassume, non media. Ma prosegue e basta. Ad ogni modo, se avete giocato anche solo i due capitoli immediatamente precedenti (i due Trails through Daybreak per intenderci) siete comunque nel posto giusto. Perché quello che vi aspetta è la chiusura dell’arco di Calvard, la saga ambientata nella repubblica federale più moderna e politicamente complessa dell’intero continente di Zemuria. E questa chiusura è, senza mezzi termini, uno dei finali più folli, emotivamente devastanti e narrativamente audaci che a nostro avviso si siano mai visti, in ambito videoludico.

DOVE LA SAGA DIVENTA LEGGENDA

The Legend of Heroes: Trails beyond the Horizon

Van Arkride è ancora lì. Spionista, mediatore, uomo dal passato oscuro e dalla morale grigia. Grigia come la cravatta che indossa sempre. Lo ritroviamo alle prese con una crisi che (tanto per cambiare) coinvolge non soltanto Calvard, ma l’intera struttura geopolitica di Zemuria. Le fazioni che si sono combattute, alleate e tradite nei giochi precedenti convergono qui in un unico, vertiginoso vortice.

La Gnosis, la Ouroboros, i segreti dell’Aion e le rivelazioni sulle origini stesse del mondo tornano sulla scena con una potenza narrativa difficilmente eguagliabile. La storia di The Legend of Heroes: Trails beyond the Horizon è a conti fatti la più appassionante dell’intera trilogia di Calvard. E per chi ha familiarità con Daybreak I e II, sa già che l’asticella era già alta.

The Legend of Heroes: Trails beyond the Horizon

Eppure Nihon Falcom riesce nell’impresa quasi impossibile di tenere tesi tutti i fili tematici seminati nei capitoli precedenti, per di più offrendo colpi di scena non forzati, ma costruiti nel corso di oltre vent’anni di narrazione suddivisi in tredici capitoli. Quando certi segreti vengono finalmente svelati, la reazione non è stupore fine a sé stesso, bensì la soddisfazione profonda di chi ha aspettato, e capisce che l’attesa valeva ogni singola ora.

Le scene animate (curate e abbondanti più che in qualsiasi titolo precedente della serie) amplificano ulteriormente l’impatto emotivo. Il doppiaggio (originale giapponese, ma anche quello inglese) raggiunge qui vette di qualità impressionanti, con interpretazioni che in più di un’occasione si fanno genuinamente commoventi. L’assenza di una localizzazione italiana rimane un peccato non da poco, considerata la densità testuale del titolo, ma per chi ha dimestichezza con la lingua di Shakespeare la barriera è facilmente superabile.

UN’OPERA D’INGEGNERIA LUDICA

The Legend of Heroes: Trails beyond the Horizon

Se la narrativa è il cuore di The Legend of Heroes: Trails beyond the Horizon, il suo sistema di combattimento ne è la spina dorsale: e che spina. Gli sviluppatori hanno raffinato ulteriormente il sistema ibrido introdotto con Daybreak, costruendo qualcosa che non sacrifica né la profondità strategica tipica del JRPG a turni né il dinamismo di un ARPG moderno. Al centro di tutto troviamo la meccanica Z.O.C. (Zone of Control): un sistema che, in determinate condizioni, rallenta letteralmente il tempo nell’area circostante Van e i suoi alleati, aprendo finestre di opportunità tattica che vanno sfruttate con precisione chirurgica.

Non è un semplice effetto cosmetico: la Z.O.C. ridisegna completamente la priorità delle azioni in campo, trasformando ogni scontro in un puzzle dinamico dove posizionamento e tempistica diventano variabili decisive quanto i numeri sulle schede dei personaggi. A questo si aggiunge il sistema di Shard Commands, che permette di attivare abilità speciali consumando risorse accumulate durante l’esplorazione, e la Boost Gauge, che consente di potenziare in tempo reale l’efficacia di attacchi e incantesimi.

The Legend of Heroes: Trails beyond the Horizon

La combinazione dei tre elementi crea una sinergia che tiene costantemente sulle spine, richiede attenzione e premiazione a ogni sessione, e (cosa non scontata in un JRPG che può impegnare anche 100 e passa ore) non si assesta mai in una zona di comfort stantia. Menzione speciale merita il Grim Garten, una modalità contenuto bonus che potremmo considerare quasi come un gioco a sé stante. Si tratta di una serie di sfide opzionali strutturate come dungeon procedurali con regole proprie, ricompense esclusive e un livello di difficoltà che mette a dura prova anche i veterani della serie.

Non è obbligatorio, ma è maledettamente difficile resistere: la qualità dell’esperienza al suo interno è paragonabile a quella della campagna principale. Il tutto è incorniciato da una progressione dei personaggi soddisfacente e da un sistema di crafting e potenziamento degli orbament che i fan della serie riconosceranno e apprezzeranno nella sua forma più rifinita. Non c’è quasi mai la sensazione di essere sopraffatti dalla complessità, eppure non c’è mai nemmeno la sensazione che tutto sia troppo semplice. E’ il tipo di equilibrio che soltanto gli studi con vent’anni di esperienza sullo stesso universo riescono a costruire.

UN UNIVERSO DA ABITARE, NON DA ATTRAVERSARE

The Legend of Heroes: Trails beyond the Horizon

Una delle qualità generalmente più sottovalutate della saga Trails è la sua capacità di far sentire i mondi “vivi”. Non nel senso dei giochi open world contemporanei, con le loro mappe infinite e gli indicatori di quest a perdita d’occhio. La vivacità di Zemuria è qualitativa, non quantitativa: ogni personaggio secondario ha una storia, ogni negozio ha un proprietario con una vita propria, ogni angolo di Calvard reagisce agli eventi della trama principale. The Legend of Heroes: Trails beyond the Horizon porta questa filosofia al suo apice. Le città di Edith e dintorni sono cambiate rispetto ai capitoli precedenti, i volti familiari hanno invecchiato o maturato, le relazioni si sono evolute.

Dedicarsi alle missioni secondarie non è mai una distrazione dalla storia principale. Anzi, è spesso il modo migliore per capirla, per conoscere i personaggi in profondità, per raccogliere quei dettagli che poi torneranno cruciali nei momenti più intensi della campagna. Il notebook di Van (sistema di raccolta informazioni peculiare della sottoserie Daybreak) raggiunge qui la sua forma definitiva, con la capacità di rivelare connessioni trasversali tra personaggi e fazioni che ricompensano l’attenzione del giocatore in maniera quasi commovente.

LA MIGLIOR COLONNA SONORA DELLA TRILOGIA

The Legend of Heroes: Trails beyond the Horizon

Nihon Falcom ha la reputazione di uno degli studi con le migliori colonne sonore del genere. The Legend of Heroes: Trails beyond the Horizon non soltanto conferma questa reputazione, ma la eleva. La colonna sonora del gioco è senza ombra di dubbio la più ispirata e completa dell’intera trilogia di Calvard. Dai brani d’esplorazione con le loro melodie malinconiche e sospese ai temi di battaglia che pompano adrenalina senza mai risultare ridondanti, fino ai pezzi orchestrali che accompagnano i momenti narrativi più intensi.

Ci sono tracce in questo gioco che resteranno nella memoria con la stessa tenacia delle scene che accompagnano. Il tema principale di Van, già presente nei capitoli precedenti, riceve qui una variazione finale che è quasi una dichiarazione poetica. Una musica che racconta, ancora una volta, che i personaggi sono cresciuti e che il mondo è cambiato per sempre.

(QUASI) TUTTO PERFETTO

Non tutto è perfezione, e sarebbe disonesto tacere l’unica, grande debolezza di The Legend of Heroes: Trails beyond the Horizon: il comparto grafico, che accusa inevitabilmente il peso degli anni. Il motore di gioco, pur rifinito rispetto ai capitoli precedenti, rimane visibilmente ancorato a una generazione hardware sorpassata. Texture non sempre all’altezza, modelli poligonali non eccelsi al di fuori dei personaggi principali e ambienti che a volte tradiscono una produzione dallo budget non paragonabile ai colossi dell’industria.

Certo tutto questo va un attimo contestualizzato. Nihon Falcom è uno studio di medie dimensioni, e la qualità narrativa e ludica che riesce a estrarre dai propri team è già in sé un miracolo produttivo. Ma nel 2026 l’impatto visivo che il gioco offre rimane comunque inferiore agli standard contemporanei. Questa “arretratezza grafica persistente” è un fattore con cui i fan storici hanno a che fare da anni, e non c’è dubbio che l’abbiano accettato di buon grado. Ma per chi si avvicina alla serie per la prima volta, potrebbe essere un ostacolo da superare.

The Legend of Heroes: Trails beyond the Horizon

La versione Steam da noi provata rimane comunque encomiabile sul fronte delle prestazioni, grazie a prestazioni assolutamente solide per l’intera, lunga durata dell’esperienza. Graficamente datato ma tecnicamente impeccabile nella sua esecuzione: una distinzione che la serie Trails porta avanti con coerenza da anni. Parlando infine di “accessibilità”, come accennato in precedenza ribadiamo la necessità di aver giocato almeno (!) Daybreak I e II prima di partire all’avventura con The Legend of Heroes: Trails beyond the Horizon.

Certo il sistema di combattimento e in generale il gameplay può essere tranquillamente approcciato e compreso anche da chi non conosce la serie. Ma le rivelazioni, i colpi di scena, la carica emotiva del finale e la fruizione del comparto narrativo nel suo complesso dipendono comunque dalla conoscenza degli eventi precedenti. Altrimenti sarebbe come leggere un romanzo partendo dall’ultimo capitolo: che senso avrebbe?

The Legend of Heroes: Trails beyond the Horizon

DA AVERE ASSOLUTAMENTE

The Legend of Heroes: Trails beyond the Horizon è un gioco che non bisogna valutare soltanto per quello che è, ma per quello che rappresenta. Ovvero la conclusione di un viaggio iniziato vent’anni fa, costruito capitolo dopo capitolo, personaggio dopo personaggio, rivelazione dopo rivelazione. È l’atto finale di una narrazione seriale che per scala, coerenza e ambizioni non ha quasi eguali nel medium videoludico. Il combat system è il più rifinito e soddisfacente della trilogia di Calvard, e la storia è la più appassionante che Nihon Falcom abbia mai scritto.

La colonna sonora è magistrale e il finale risulta semplicemente devastante, nel senso più bello del termine. Certo, la grafica rimane il limite strutturale di una serie che non potrà mai competere con i budget miliardari delle produzioni AAA. E rimane la fisiologica questione della “barriera narrativa”, che richiede una concreta conoscenza dei capitoli precedenti per una fruizione vera, completa di questo tredicesimo capitolo. Ma per coloro che avranno il coraggio e la pazienza di compiere questo passo, ci sarà uno dei JRPG migliori di quest’anno e non solo.

Pregi

Narrativa straordinaria, la migliore dell'arco Calvard, con un finale davvero sublime. Combat system ibrido profondo, rifinito e sempre stimolante. World building di rara profondità e coerenza. Colonna sonora magistrale, la migliore della trilogia. Eccellente ottimizzazione...

Difetti

... Ma come da "tradizione", la grafica appare visibilmente datata, non al passo con gli standard dell'attuale generazione. Inaccessibile a chi non conosce i capitoli precedenti.

Voto

9

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