Ci sono giochi che cercano di stupire non con la potenza grafica o con sistemi di gioco monumentali, ma con un’idea capace di colpire al cuore. Ink Inside appartiene a questa categoria sempre più rara. Quella dei titoli che nascono da un’intuizione semplice e potentissima: un mondo fatto di quaderni dimenticati, di disegni imperfetti e di linee tremolanti che prendono vita e chiedono di essere ascoltate.
Blackfield Entertainment ha realizzato un ARPG che non vuole imitare i giganti del genere, ma reinterpretarli attraverso un linguaggio visivo immediato, quasi infantile, eppure sorprendentemente ricco di significato. È un gioco che parla di immaginazione, di memoria, di identità, e lo fa attraverso un protagonista che più fragile non potrebbe essere. Un “omino stecco” incompleto, nato dalla mano di una bambina e improvvisamente costretto a confrontarsi con un mondo che rischia di dissolversi sotto la minaccia del Sog, un’infiltrazione d’acqua che corrompe tutto ciò che tocca.
Addentriamoci dunque in Ink Inside con questa recensione della versione PS5, curata dal nostro Simone Mafara. Ricordiamo che il gioco, pubblicato da Entalto Publishing, è disponibile anche su Pc, PS4, Xbox One, Xbox Series X/S e Switch. Buona lettura.
IL PESO DELL’INCHIOSTRO CHE SVANISCE
La storia di Ink Inside si apre con un gesto quotidiano: una bambina che disegna. Ma qualcosa subito cambia, perché Stick, un semplice doodle privo di un braccio e di memoria, prende coscienza di sé. Da quel momento inizia un viaggio che attraversa libri diversi, ognuno con la propria estetica, le proprie regole e i propri personaggi. Stick non è un eroe nel senso tradizionale del termine: è fragile, incompleto, spaesato, ma determinato a ricostruire la propria identità recuperando i Gene Meme, frammenti di ricordi che raccontano la sua creazione e il legame con Hannah, la bambina che lo ha disegnato.
La narrazione si sviluppa su due piani: il mondo disegnato, fatto di linee, scarabocchi e colori che rischiano di svanire, e sequenze live action che mostrano la vita reale di Hannah e della sua famiglia. Questi momenti aggiungono profondità emotiva, raccontano un contesto più ampio e danno un peso diverso alle azioni di Stick. Anche se talvolta spezzano il ritmo dell’avventura con una lentezza che contrasta con la vivacità del mondo disegnato. Il Sog, l’acqua che filtra dall’armadio e minaccia di cancellare tutto, diventa una metafora potente: ciò che è fragile può essere distrutto, ma anche salvato, se qualcuno decide di lottare per esso.
L’ARTE DEL DODGEBALL

Pad alla mano, Ink Inside sorprende per la sua capacità di fondere elementi classici degli RPG con un sistema di combattimento ispirato al dodgeball. Ogni scontro si svolge su un campo diviso da una linea centrale, che inizialmente impedisce di colpire direttamente i nemici. Stick combatte lanciando Core, sfere con abilità, effetti e statistiche diverse, da equipaggiare in coppia per adattarsi alle situazioni.
La possibilità di infrangere temporaneamente la linea centrale grazie a poteri speciali, come il braccio evidenziatore, apre la strada ad attacchi corpo a corpo devastanti e a un ritmo di gioco che alterna strategia e azione con grande naturalezza. La progressione è ben calibrata: nuove abilità, equipaggiamenti e poteri arrivano con un ritmo costante.

Inoltre alcune scelte di design, come la possibilità di curarsi consumando la barra delle abilità senza tornare ai checkpoint, rendono l’esplorazione fluida e poco frustrante. Le missioni principali e secondarie si intrecciano con dialoghi leggeri e personaggi eccentrici, come il Detective Fuzz o la Principessa delle Maledizioni, che arricchiscono il viaggio con un tono scanzonato ma mai superficiale. Le battaglie contro i boss rappresentano poi il punto più alto del sistema di combattimento.
Sono infatti sfide impegnative, che richiedono attenzione e tempismo, senza però mai scivolare nell’eccesso punitivo. La cooperativa locale aggiunge un ulteriore livello di divertimento, trasformando gli scontri in momenti caotici e soddisfacenti, anche se limitati alla presenza fisica di un secondo giocatore. L’unico limite del gameplay è una certa ripetitività di fondo, inevitabile in un sistema così codificato, ma mitigata dalla varietà dei mondi e dalla creatività delle situazioni.
IL FASCINO DEL DOODLE CHE DIVENTA UNIVERSO

L’aspetto più immediatamente riconoscibile di Ink Inside è il suo stile grafico. Il mondo è un quaderno che prende vita, un insieme di linee, scarabocchi e tratti imperfetti che si trasformano in ambientazioni ricche di carattere. I personaggi sono animati con un’elasticità sorprendente, espressivi e ricchi di energia cartoon, mentre gli ambienti, pur vari e tematicamente coerenti, non sempre raggiungono lo stesso livello di ispirazione. Alcune zone risultano meno curate, altre invece regalano scorci memorabili, capaci di sorprendere con la loro creatività.
Le sequenze live action, integrate con intelligenza, aggiungono un contrasto visivo che funziona proprio perché inatteso.
È un comparto artistico che non punta al realismo, ma alla coerenza stilistica, e in questo riesce perfettamente. Anche quando la risoluzione non è sempre pulita o quando alcuni elementi risultano meno leggibili, il colpo d’occhio resta fresco, immediato, unico. La colonna sonora poi non rimane particolarmente impressa per temi memorabili, ma svolge il suo ruolo con efficacia. Il doppiaggio inglese, invece, è sorprendentemente curato: Brian David Gilbert dona a Stick una voce capace di trasmettere fragilità, ironia e determinazione, mentre il resto del cast arricchisce il mondo con interpretazioni convincenti. L’assenza della localizzazione italiana, però, può incidere: chi non ha familiarità con l’inglese rischia di perdere parte del fascino della storia e delle sfumature emotive dei dialoghi.

CONSIGLIATO AGLI APPASSIONATI
Ink Inside è un ARPG che sorprende per la sua originalità, per la cura con cui costruisce il suo mondo e per la capacità di trasformare un semplice doodle in un protagonista memorabile. La trama è affascinante, il gameplay è divertente e accessibile, il comparto artistico è una gioia per gli occhi e la colonna sonora accompagna l’avventura con sensibilità. Non mancano tuttavia difetti, soprattutto sul fronte tecnico.
Ciò nonostante l’opera di Blackfield Entertainment merita attenzione, soprattutto per chi cerca qualcosa di diverso, creativo, e genuinamente ispirato. È un viaggio breve ma intenso, un’avventura che parla di immaginazione, memoria e identità, un piccolo mondo di carta che prende vita e invita il giocatore a seguirlo pagina dopo pagina. E quando Stick chiude il suo percorso, resta la sensazione di aver sfogliato un libro che non assomiglia a nessun altro.
Pregi
Concept narrativo fortissimo, originale e immediatamente riconoscibile. Sistema di combattimento ispirato al dodgeball, dinamico e sorprendentemente profondo. Progressione ben calibrata, con nuove abilità e poteri introdotti al ritmo giusto. Personaggi espressivi e ben doppiati, con un protagonista memorabile. Sequenze live action che aggiungono spessore emotivo alla storia. Co-op locale divertente e caotica. Stile doodle curato, creativo e ricco di personalità.
Difetti
Ambienti meno ispirati rispetto ai personaggi. Alcune meccaniche tendono alla ripetitività nel lungo periodo. Sequenze live action a volte troppo lente e spezzano il ritmo. Alcuni problemi tecnici.
Voto
7,5