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Frogger: una laida storia di rane, tronchi e cioccolatini avariati

È uno di classicissimi del mondo dei videogiochi. Adriano Avecone ce ne parla con la solita passione facendoci tornare nel 1981

Considerato fra gli arcade più accattivanti, semplici e dannatamente bastardi degli anni ’80, Frogger è un gioco sviluppato da Konami nel 1981 e distribuito negli USA dalla SEGA. Come si evince dal nome del gioco, in Frogger dovremo aiutare una ranocchia con tendenze suicide ad attraversare una mega autostrada adiacente a un fiume (!) pullulante di tronchi gelatinosi, zanzare, tartarughe e coccodrilli, il tutto condito da musichine giocherellose e allegre.

Nonostante queste gioiose premesse, Frogger era uno dei giochi più mefiticamente difficili di sempre. La scheda arcade del gioco era dotata di un hardware molto semplice, vale a dire due Zilog Z80 (uno a 3 e l’altro a 1,78 Mhz) e un AY8910 a 1,78 Mhz per il sonoro, una dotazione tecnica in grado di pilotare un display verticale a risoluzione 224 x 256 pixel e offrire ben 99 colori, per l’epoca una vera cuccagna.

Lo scopo del gioco è semplice: controllare la ranocchia fino alla sommità dello schermo e spiaccicarla in stile omelette in un’umida tana. Strani gusti, questi batraci. Lo schermo di gioco è diviso a metà: la parte inferiore è occupata da una febbrile autostrada americana nell’ora di punta, brulicante di autoarticolati, vetture familiari, berline e persino auto di Formula 1, probabilmente finite in tangenziale a causa di un errore di percorso. Chi non ha mai incontrato un’auto di F1 in autostrada? Una volta superata la temibile bretella, occorrerà cimentarsi nella parte più succosa del livello: il fiumiciattolo della malora. In questo ameno corso d’acqua troveremo una pletora di tronchi, abilmente trimmati da una segheria distratta o qualche castoro burlone, che scorrono ordinatamente, ma a velocità diverse, al fine di sabotare il salto del povero ranocchio. Oltre alle simpatiche travi, il fiumiciattolo contiene anche un’amena fauna comprensiva di amabili libellule, vigliacche tartarughe e gioiosi alligatori mimetizzati e desiderosi di hammerblastare il povero batrace.

Frogger richiede attenzione estrema e riflessi d’acciaio poiché, una volta superata la parte inferiore dello schermo, occorrerà un attento tracking oculare per seguire il perfido movimento dei tronchi, scovare i malefici alligatori, trollare le tartarughe e centrare con il cranio l’umida tana. Quest’ultima operazione richiede un tempismo perfetto per innestare la rana nell’umido pertugio senza colpire l’immondo spigolo con il cranio. Le rane amano creare tane dotate di spigoli vivi a 90 gradi, a quanto pare.

Nei meravigliosi anni ottanta, l’unico modo per giocare a “video-gheim” di livello consisteva nel recarsi in equivoci bar caratterizzati dal fetore delle cicche spente, dall’olezzo del caffè tagliato con la polvere da sparo e dal tanfo disumano delle latrine. Uno di questi offriva un cabinato prontoscheda di Frogger usurato, incastrato in un angoletto in densa penombra e con un volume talmente basso da ricordare lo squittio di un topolino affetto da raucedine all’ultimo stadio. Ma chi se ne frega, era il “FROGGER”. La pronuncia del nome del gioco era una sorta di enigma per i pre-teen degli anni ’80, ancora poco avvezzi con la lingua d’Albione, finendo storpiato nei modi più indicibili: “Frogger” con la “g” dolce, tremende varianti della corretta fonetica “FROGGHER” e persino un illetterato FROGGIER. Che ricordi, amici.

Il sordido cerimoniale del bar era legato a una perfida regola non scritta: era possibile giocare solo dopo aver acquistato qualche cioccolatino da 10 lire.

Dopotutto non sembrava malaccio: giocare sgranocchiando un goloso dolcetto zuccherino. Tuttavia, i nobili intenti mangerecci si arenavano a causa della terribile natura dei sopra menzionati bonbon, irrimediabilmente scaduti da decenni e forse risalenti al primo conflitto mondiale, magari usati per corroborare i soldati in trincea. Era il periodo in cui i piccoli erano oggetto dei peggiori soprusi da parte dei gestori dei bar: oltre alle ramanzine di rito per qualsiasi comportamento o schiamazzo, il resto veniva spesso “dimenticato” o corrisposto sotto forma di gomme americane e terribili “Goleador” all’anice, o peggio inframmezzando il conio sonante con monetine giocattolo, tappi di plastica e monete di cioccolato scaduto.

Non occorre descrivere in dettaglio le conseguenze di questa avventata violenza alimentare sulle tenere viscere dei bimbetti. Una volta effettuato l’infame acquisto, ci si lanciava nel gioco come se non ci fosse un domani, nonostante joystick devastati da un esercito di belve che producevano movimenti imprecisi, mal calibrati e starati. Inoltre, il gioco veniva reso ancor più difficile dai problemi di visuale dovuti alla scarsa altezza dei bimbetti, che impediva di osservare lo schermo di gioco nella sua interezza. Ma chi se ne frega: è il FROGGER! Dopo qualche partita di assestamento necessaria per apprendere gli schemi del gioco, si procedeva speditamente fino a quando il proditorio aumento della velocità degli oggetti rendeva la partita impossibile per gli imberbi riflessi dei piccoli, producendo l’immancabile GAME OVER.

È vero, la meccanica di gioco era sempre uguale, lo schermo era fisso, tanto da imprimersi a fuoco sui tubi catodici dei prontoscheda, la musichina penetrante e ipnotica, ma Frogger resta un capolavoro di gameplay e immediatezza tanto da diventare un fenomeno di costume a livello globale. “Ma chi vuole giocare a Pacman, ora c’è Frogger!” Il gioco Konami fu convertito anche su diversi sistemi casalinghi, ma la natura a schermo verticale del titolo ne castrò in parte le velleità ludiche. In ogni modo, Frogger resta un gioco di grande semplicità e immediatezza in grado di coinvolgere come non mai, tanto da portare i giovinetti dell’epoca a barattare una mezz’ora di divertimento con tremendi scismi intestinali. Questo e altro pur di evitare quel malefico spigolo.

Adriano Avecone

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