Interviste

Intervista a Massimo Reina sulla poliedricità del giornalismo

Dallo sport ai videogiochi fino ai reportage in zone di guerra. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con un nostro amico e collega

Massimo Reina è un collega che non ha bisogno di grandi presentazioni per chi legge le cronache dei videogiochi. È una delle firme di riferimento nazionale per quanto riguarda il nostro settore e da qualche tempo arricchisce le nostre pagine con delle sue recensioni.

Ma nella carriera di Massimo Reina non c’è soltanto la passione per i videogames e per la sua amata Juventus (beh, nessuno è perfetto…). Leggiamo anche di suoi reportage in zone di guerra dove spesso e volentieri è davvero difficile anche soltanto immaginare cosa si possa trovare di fronte e dove lavorare in condizioni precarie, sicuramente ben diverse dalla comodità dello scrivere a casa ed accanto ai propri affetti avvolti dal calore familiare, è la normalità. Dove quest’ultima è capovolta, ed ha uno standard davvero diverso dai nostri.

Abbiamo così parlato con lui rivolgendogli qualche domanda a tutto tondo sulla professione giornalistica che non riguardi solo il nostro settore, oggettivamente ovattato e, forse per certi versi, bisognoso di crescita.

Un omaggio ad un collega autorevole e ad un amico con il quale dobbiamo rivederci per alcuni progetti e soprattutto per mangiate di arancine (a Palermo) o arancini (dalle sue parti).

Detto questo, vi lasciamo alla nostra intervista augurandovi ovviamente una buona lettura.

Dai videogiochi, allo sport, ai reportage in zone di guerra. Definirti un giornalista a tutto tondo è forse riduttivo. Cosa ti spinge in questi luoghi così pericolosi?

Sono sincero, inizialmente il denaro. La paga non era male. Poi è subentrata una sorta di “passione”, di voglia di raccontare, documentare un dramma troppo dimenticato dai nostri media. Ma anche di incontrare persone che hanno pochissimo, ma che quel poco lo sanno apprezzare, come la vita. Nei loro occhi, nella loro semplicità, c’è per me il vero senso della nostra esistenza che, sarò banale, dovrebbe essere meno legata alle cose materiali e alla frenesia quotidiana, e più concentrata sugli affetti, sul saper vivere ogni secondo.

Cosa vuol dire scrivere in zone? Quali sono le difficoltà (tecniche e non solo) di raccontare quel che vedi?

Le difficoltà sono molteplici. Spesso per spostarti da un luogo all’altro per fare delle interviste ci vuole tempo e devi attraversare aree desertiche o agricole, dove ogni passo, ogni stradina può essere il luogo perfetto per un’imboscata. Poi non sai mai chi è amico o nemico, becchi posti di blocco ovunque. E’ vero che sei scortato, ma non hai un esercito appresso.
Tecnicamente, poi, a volte le autorità locali ti mettono i paletti, specie nei campi profughi dove in molti casi non sei libero di muoverti o fare domande perché non amano parlare del “problema” e ti fanno accompagnare da un loro funzionario.
Infine, fisicamente devi stare attento a tenere carichi i portatili etc, perché non sempre i generatori funzionano e se si scarica qualcosa fai fatica a lavorare, specie al buio. Tra l’altro scrivere dopo una giornata dura è complicato, vorresti solo metterti a letto. Per questo io preferisco semmai appuntarmi di tutto, e quando possibile poi rimettere assieme i pezzi una volta rientrato, con calma.

Raccontare storie di bambini o ragazzi che hanno ben altri problemi rispetto all’uscita del videogioco preferito al day one può essere qualche cosa di straziante. Qual è quella che ti ha più colpito o quella che racconti con maggior piacere?

Effettivamente si. Quando incontri bambini che giocano con un sacchetto di plastica o vanno in giro alla ricerca di qualcosa da bere o mangiare capisci quanto è triste e ingiusto un mondo dove in quel momento magari dall’altra parte del pianeta un loro coetaneo sta facendo le bizze con la madre in un centro commerciale perché non gli ha comprato l’ultimo modello di smartphone.
La storia che più mi ha colpito, quella che preferisco raccontare sono in realtà due e risalgono al primo viaggio: quando a un soldato curdo di diciotto anni, tifoso bianconero, ho regalato un cappellino della Juventus che indossavo e che lui guardava da ore, e quando un gruppo di bambini ad Aleppo ha giocato con Super Mario Run sul mio telefonino, e ho visto nei loro occhi tornare per qualche minuto un po’ della loro fanciullezza perduta.

Forse i giochi sono una delle poche cose che riescono a distrarre i bimbi. Ma c’è tempo anche per i videogiochi?

Dipende. Nelle città o nei villaggi bisogna pensare a vivere, e anche i bambini si danno da fare, tranne poche eccezioni. Diciamo che ci sono città in Siria più colpite di altre dalla guerra e dunque dove la situazione è difficile. Lì niente giochi, se non da strada quando possibile. Nelle altre città o in alcuni campi profughi più attrezzati ho visto alcune tende adibite a luoghi di ritrovo per bambini e adolescenti dove i volontari li fanno giocare con giochi da tavolo, ma anche videogame. Ovviamente non ci trovi la PS4, ma vecchie console, però poco importa. Una volontaria italiana che lavora con l’Afad, Silvia, mi diceva che in molti casi sono un aiuto importante per i disturbi post traumatici da stress.

Qual è stato il tuo momento più complicato?

A Mosul, poche settimane fa, davanti a una piccola fossa comune che non ci aspettavamo di trovare tra le rovine della parte antica, mentre intervistavamo un signore della protezione civile locale. Mi si è stretto lo stomaco fino a vomitare. Poi la scorsa volta nei pressi di Aleppo, quando tra le rovine di una scuola nido, vedendo dei giocattoli mezzo sepolti dalle macerie la mia mente ha iniziato a immaginare cosa era potuto succedere in quella scuola. E ho pianto.

Hai avuto in alcune circostanze quella vocina, simile al grillo parlante, che ti domandava “Chi te lo ha fatto fare”?

Si, praticamente ogni giorno.

Scrivere di videogiochi, come è nata questa tua passione e come la coniughi con la tua professione che comunque è legata anche ad altro tipo di informazione?

La mia passione è nata come per tanti bambini della mia generazione, ai tempi dei cabinati da bar, di Asteroids, Space Invaders e Pac-Man. Poi negli anni è continuata e si è alimentata attraverso l’Amiga 500 e le console. Fino a quando grazie a internet ho potuto cominciare a scrivere per alcuni siti e alcune riviste, come Spaziogames, Game Arena e PlayStation fino ai giorni nostri, a Multiplayer.it, con il quale collaboro da 16 anni, e alcuni quotidiani nazionali.
Per me scrivere di videogiochi è una valvola di sfogo, mi rilassa, mi fa sentire di nuovo ragazzino. Oggi che il tempo è quello che è, limitato, cerco di ritagliarmi un po’ di spazio la notte o nei weekend quando sono a casa.

Nel nostro lavoro non è tutto rose e fiori, hai qualche aneddoto da raccontare sia in positivo che in negativo?

Preferisco di no. Però confermo che non è tutto rose e fiori, anzi, e che spesso dietro la patina di divertimento e spensieratezza c’è tanto lavoro, fatica e qualche delusione come in qualsiasi ambiente di lavoro, dove purtroppo spesso vengono premiati il nepotismo piuttosto che la qualità e la professionalità.

Il tuo primo amore, però, è per la Vecchia Signora, la Juventus. Ce ne vuoi parlare?

Mi sono appassionato a 8 anni, ma l’amore vero è esploso nel 1982 coi mondiali di Spagna. Paolo Rossi, Antonio Cabrini, Gaetano Scirea… E poi Zoff, Gentile, Tardelli, Causio, un’intera nazioanle fatta da juventini e da calciatori che amavo. Da lì in poi è stato un amore profondo e continuo, nel bene e nel male, perché come diciamo noi, si è juventini “Fino alla fine”!

Ed a livello videoludico, quali sono i giochi preferiti e perché?

I miei giochi preferiti… Difficile fare una lista alla mia età senza esagerare. A memoria direi Galaga, The King of Dragons, Golden Axe, Final Fantasy VII, i primi tre Resident Evil, Silent Hill, Assassin’s Creed, FIFA.

Qual è la cosa che ti dà più fastidio nel mondo della stampa?

La falsità, la mancanza di rispetto per i colleghi e i lettori, il voler arrivare primi a tutti i costi a discapito della qualità e della completezza d’informazione. Ma anche i lettori maleducati, quelli che ti offendono senza motivo, che non sanno criticare e attaccano.

Qual è il tuo consiglio ai giovani che si affacciano a questa meravigliosa professione?

Sarò banale, ma il consiglio che posso dare è quello di non mollare mai e seguire la passione ed i sogni, lavorando duramente perché questo non e’ un mestiere facile come può sembrare e nessuno ti regala niente.
Non arrendersi alle prime difficoltà, non pretendere subito di scrivere per i giornali più importanti, saper pazientare e fare gavetta per imparare. Ma al contempo, non aspettatevi guadagni milionari, parate e feste. Scrivere prima di tutto è e dev’essere passione.

Ultima domanda. Per l’occasione doppia: qual è stato il tuo primo articolo? E qual è il più bello di quelli che hai fatto?

Ultima domanda. Per l’occasione doppia: qual è stato il tuo primo articolo? E qual è il più bello di quelli che hai fatto? Maximo su Spaziogames. È datato 16 marzo 2002. Sul tema videogiochi, difficile sceglierne uno perché ho avuto la fortuna di poter scrivere di quasi tutti i migliori giochi degli ultimi anni, dai Resident Evil ai Silent Hill, dai FIFA ai PES, dai The Last of Us, ai Batman, Final Fantasy, MGS e così via. Più in generale, direi quindi forse uno in memoria delle vittime della strage dell’Heysel, dove immaginavo le 39 vittime allo stadio a tifare Juventus, e uno sui ragazzi siriani costretti a combattere e la loro passione per i videogiochi: un contrasto triste tra la realtà che vivono e un passato che hanno ormai perduto.

 

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