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Videogiochi, tra false credenze e verità nascoste

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A lungo oggetto di critiche per incitamento alla violenza, alcuni studi recenti hanno dimostrato quanto i videogames possono aiutare il cervello umano a potenziarsi

Il mondo virtuale conquista, e lo fa in fretta. Non solo il campo del marketing, ma proprio le emozioni delle persone. La possibilità di vivere avventure spericolate o improvvisarsi fenomeno di qualche sport è il motivo principale che spinge a provare almeno una volta nella vita i videogiochi. Con risultati imprevedibili per il nostro cervello, come dimostrano alcune ricerche scientifiche. In senso negativo? Assolutamente no.

Il grande mito da sfatare è quello dell’aumento di violenza. Videogames con scene cruente, di sparatorie o di risse portano il giocatore a fare uso della forza più spesso anche nella vita reale, probabilmente sottovalutando il suo effetto. Come se fosse all’interno di una console, con colpi verso personaggi fittizi in una trama sviluppata. In realtà non funziona esattamente così: degli studi di laboratorio hanno dimostrato che questo avviene solo nel 4% dei soggetti presi in considerazione nella ricerca. A conti fatti, solo una persona su venticinque diventa più violenta dopo aver giocato a un videogame cruento. Un numero troppo basso per pensare che sia legato esclusivamente all’attività ludica, tanto che i ricercatori hanno riscontrato problemi nella storia familiare o nello stato di salute mentale in chi presentava l’aumento di violenza. Non è questione di grafica realistica, dunque.

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I vantaggi nascosti dei videogiochi sono molti e gli effetti sul cervello umano sorprendenti. E’ da questa considerazione che sono partiti gli studi di diverse èquipe di lavoratori per dare finalmente una risposta alla questione, studi raccolti all’interno di uno speciale pubblicato da gamingreport.comDi certo videogame come “Underground” hanno un’utilità pratica facilmente rintracciabile, con il dottor Henk ten Cate Hoedemaker protagonista di diversi interventi chirurgici in grado di affinare le abilità dei giocatori. Chi completa la trama senza difficoltà è di solito un asso in sala operatoria, visto l’arsenale di oggetti necessari per lo sviluppo della vicenda.

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Uno studio condotto dall’università di Ginevra ha dimostrato che chi è abituato a usare i videogiochi possiede capacità visive maggiori di chi non è affine ai giochini elettronici. La necessità di tenere sotto controllo lo schermo con cambi repentini di situazione allena la vista e il cervello a cogliere di riflesso ogni piccolo cambiamento. Un istituto di Berlino si è invece preoccupato di monitorare il cervello di alcuni volontari mentre giocavano a Super Mario 64 DS, dotato di un visual design a doppio schermo (in 3D il superiore, in 2D l’inferiore). Dopo due mesi la scoperta è stata sensazionale: ben tre aree del cervello (corteccia prefrontale, corteccia paraippocampale e cervelletto) risultavano rigenerate, con un notevole miglioramento delle zone coinvolte nel movimento.

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La strada da percorrere ora è cercare di migliorare la memoria e l’attività cerebrale attraverso i videogiochi. I risultati dei vari “brain training” non hanno soddisfatto gli sviluppatori, in cerca di qualcosa di più efficace. Ci sono andati vicino probabilmente i creatori del NeuroRacer, che dopo solo 12 ore di gioco fa registrare un’importante aumento delle capacità di memorizzare e di concentrarsi. Il sentiero è tracciato ma va ancora perfezionato, anche se i miglioramenti dei videogame sono notevoli. Alla faccia di chi non li voleva perché distruggono il cervello.


 

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