Yerba Buena, San Francisco si piega ma non si spezza, recensione
Un puzzle platform surreale che affascina con le sue idee, ma inciampa nei suoi stessi glitch
Yerba Buena è uno di quei progetti che cercano di stupire principalmente con la natura del mondo di cui offrono le chiavi d’accesso. La San Francisco del 1976 che attraverseremo infatti non è una ricostruzione nostalgica né un semplice scenario: è un ambiente che si deforma, si inceppa, si contraddice, come se qualcuno avesse lasciato un videogioco a metà e i suoi abitanti continuassero a viverci dentro senza accorgersene.
In questo contesto sospeso tra cinema d’epoca, glitch digitali e architetture che non rispettano più le proprie regole, il team di Mad About Pandas ha realizzato un platform in prima persona che punta tutto su un’idea forte: manipolare la realtà “copiando e incollando” le sue proprietà.
Vediamo di che si tratta in questa recensione della versione PS5 di Yerba Buena. Ricordiamo che il gioco, pubblicato da Focus Entertainment, è disponibile anche su Pc e Xbox Series X/S. Buona lettura.
LA VERITÀ NASCOSTA SOTTO LE STRADE DI BAY ANGELS
La storia segue Barb, una giovane donna appena arrivata a San Francisco, in cerca di un lavoro e di un nuovo equilibrio. La sua quotidianità viene stravolta quando il rapimento dell’amico Russell la trascina in una spirale di eventi che non hanno nulla di realistico. Oggetti che si muovono da soli, edifici che collassano in modo innaturale e persone bloccate in pose impossibili. Il punto di svolta arriva quando Barb entra in possesso dell’Oscillator, un dispositivo capace di manipolare i glitch che stanno consumando la città.
Da quel momento la protagonista inizia a scoprire che San Francisco non è un luogo reale, ma il frammento di un videogioco incompleto chiamato Bay Angels, abbandonato dai suoi sviluppatori e lasciato a deteriorarsi. La forza dell’ambientazione di Yerba Buena sta proprio in questa sua doppia natura: da un lato c’è la città reale, con i suoi quartieri, i suoi colori caldi e i suoi personaggi. Dall’altro c’è Bay Angels, il videogioco incompiuto che ne costituisce la struttura nascosta.
La trama alterna momenti surreali, riflessioni sul rapporto tra creatore e creatura digitale e una progressiva presa di coscienza. Barb non è l’eroina designata, ma un personaggio secondario che si ritrova a occupare un ruolo che non era stato scritto per lei. La narrazione procede con un ritmo altalenante: alcuni capitoli sono incisivi, altri si dilatano più del necessario, ma nel complesso il gioco riesce a mantenere una sua identità precisa.
I diari degli sviluppatori, gli incontri con NPC che non sanno di esserlo e le distorsioni sempre più invasive costruiscono un racconto che parla di identità, di mondi dimenticati e di ciò che resta quando un’opera viene lasciata a metà. Il risultato è un mondo che vive di contraddizioni, dove la malinconia di un progetto abbandonato convive con la leggerezza di un’avventura surreale.
UN’IDEA BRILLANTE, MA…
Il fulcro del gioco il già citato Oscillator, un dispositivo che permette di copiare e incollare proprietà fisiche da un oggetto all’altro. È una meccanica immediata da comprendere, oltre che sorprendentemente versatile. Si può trasferire il movimento di una ventola su una porta, spostare un’auto copiando la traiettoria di un’altra, rendere elastica una superficie, trasformare un edificio in vapore o creare piattaforme improvvisate.
La progressione è ben costruita: ogni capitolo introduce una nuova possibilità, ampliando il ventaglio di soluzioni senza mai sovraccaricare il giocatore. Yerba Buena invita a sperimentare, a sbagliare, a riprovare. Il reset istantaneo degli oggetti glitchati è una scelta intelligente, perché elimina la frustrazione e incoraggia la creatività.
Quando tutto funziona la sensazione è quella di “rompere il gioco nel modo giusto”, trovando soluzioni che sembrano quasi non previste dagli sviluppatori. La libertà concessa dall’Oscillator presenta però un rovescio della medaglia: alcuni enigmi risultano meno intuitivi di quanto dovrebbero. La prospettiva in prima persona non aiuta, soprattutto nelle sezioni più verticali, e la fisica può diventare imprevedibile quando si combinano più proprietà.
Ci sono momenti in cui la soluzione è chiara ma l’esecuzione viene ostacolata da controlli poco precisi o da oggetti che non rispondono come dovrebbero. Altri puzzle invece richiedono una sequenza di passaggi molto rigida, senza che il gioco comunichi davvero quale sia la strada corretta. Yerba Buena resta comunque un puzzle platform che premia la pazienza e la curiosità, ma non sempre riesce a trasformare la sua idea brillante in un flusso di gioco altrettanto scorrevole.
UNA DIREZIONE ARTISTICA CHE LASCIA IL SEGNO
Visivamente Yerba Buena presenta una personalità fortissima. La San Francisco del 1976 è ricostruita con un gusto estetico che mescola cinema d’epoca, psichedelia e glitch digitali. Le zone più surreali (parchi divertimenti sospesi, uffici deformati, ambienti astratti) amplificano la sensazione di trovarsi in un mondo che non dovrebbe esistere. Va detto però che le animazioni sono rigide e i modelli non sempre raffinati, ma l’identità visiva è così chiara da compensare quasi ogni limite.
È un gioco che non punta al realismo, bensì alla coerenza stilistica, e in questo riesce pienamente. La colonna sonora infine abbraccia il funk e le sonorità anni ’70, contribuendo a definire il tono dell’avventura. Non tutte le tracce sono memorabili, ma il mood è quello giusto: caldo, ritmato, leggermente fuori fase, proprio come il mondo che Barb attraversa. Il doppiaggio inglese è convincente, con interpretazioni che valorizzano i personaggi senza esagerare. I testi in italiano aiutano a seguire la storia anche nei momenti più densi di dialogo.
VERDETTO
Yerba Buena è un puzzle platform coraggioso, creativo, costruito attorno a una meccanica davvero originale e a un mondo che resta impresso. L’Oscillator funziona, la narrazione ha momenti sorprendenti e l’estetica anni ’70 dona al gioco un’identità immediata. Allo stesso tempo la fisica incerta, la prospettiva in prima persona e alcuni enigmi poco leggibili impediscono all’opera di Mad About Pandas di raggiungere il suo pieno potenziale. È un titolo che affascina, incuriosisce e spesso diverte, ma che richiede pazienza e tolleranza verso qualche spigolo di troppo. Per chi ama i puzzle sperimentali e le atmosfere surreali, resta comunque un viaggio da considerare.
Pregi
Idea centrale molto forte: l'Oscillator è una meccanica originale e ben caratterizzata. Ambientazione anni '70 riuscita e valorizzata da una direzione artistica convincente. Narrazione con spunti interessanti. Puzzle creativi e spesso risolvibili in modi diversi. Buona colonna sonora.
Difetti
Fisica e controlli poco precisi. Prospettiva in prima persona penalizzante: rende più difficile leggere gli spazi e gestire le sezioni platform. Puzzle talvolta poco leggibili o troppo rigidi.
Voto
7