In Rays of the Light, recensione PS5

Una solitudine da vivere in prima persona

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Lo sviluppatore russo Noskov Sergey (ri)presenta In Rays of the Light, il titolo di questa nostra recensione per console PS5. Si tratta di un remake di The Light, un gioco uscito nel 2012 solo su piattaforma Steam. Il porting su console è affidato alle sapienti mani di Sometimes You che di mestiere fa anche questo. La next-gen Sony ci mette il suo, amplificando gli effetti di illuminazione e di occlusione ambientale. Da non confondere, questi, con il ray tracing, che si tratta di ben altra faccenda.

Il dev, come nella versione originale, si affida a Unity. L’engine si comporta bene, senza mostrare vistosi cali di frame, tipici di quando viene spremuto al massimo. In tutta la nostra esperienza di gioco, tutto è filato liscio come l’olio, indice di una maestria tecnica rara quando si parla di videogiochi. D’altronde già su 35MM e 7th Sector il buon Sergey aveva dimostrato le sue capacità tecniche e creative. Due giochi, che, seppur diversi per genere, hanno spiccato per originalità.

In Rays of the Light si presenta come un FPP, che sta per first-person perspective. Noi, che siamo patriottici e anche un po’ old style, preferiamo definirlo avventura grafica narrativa in soggettiva. Avete ragione, lo slang inglese fa “più figo”, ma molte volte dice tutto e niente. L’elemento suspense fa da cornice all’esperienza generale di gioco, che si alimenta sulle note di una completa desolazione e assenza di ogni forma di vita.

Vivrete ancorati ai ricordi di un passato, raccontato da parole, immagini e suoni. Menzione d’onore per quest’ultimo aspetto, affidato al genio creativo del compositore Dmitry Nikolaev, vecchia conoscenza per chi ha giocato a 35mm. Ci sono momenti di gioco, quando inizia la sequenza musicale, che ci si ferma a contemplare l’istante. E di istanti, nella nostra recensione per console PS5 di In Rays of the Light, ce ne sono stati molti.

DIMOSTRAZIONE DI FORZA

In Rays of the Light inizia con una dimostrazione di forza, quella inserita nel video precedente. In questo timelapse lo sviluppatore russo fa capire a tutti che Unity può competere con il suo rivale Unreal. Niente di più facile mostrandolo in video. Quando, poi, si prova con pad alla mano, il gameplay difficilmente mente. Volendo fare i “faciloni”, il gioco può essere suddiviso in due momenti di gioco ben distinti: dentro e fuori l’edificio.

Gran parte dell’esperienza si consuma all’interno di una struttura che ricorda il classicismo comunista delle ex repubbliche sovietiche. Bianca, con rigidi canoni di precisione e perfezione. Quello che si vede da fuori, però, va in netta contrapposizione con quello che si trova, poi, dentro. Disordine generale, con pareti consumate dal tempo, con sopra foto e scritte che fungono da consigli per andare avanti nella storia e risolvere puzzle.

Questo ultimo elemento rappresenta il “mordente” del gioco. È quella cosa che spinge a proseguire per capire dove il tutto vuole andare a parare. Ci sono sempre e comunque due finali da scoprire, per cui è facile rigiocarci due volte. La nota (semi)dolente è rappresentata dall’assenza di una localizzazione in italiano del gioco. Le traduzioni servono a poco visto che non ci sono dialoghi e testi impegnativi. Troverete, sì, lettere e manoscritti in inglese ma si tratta di frasi scritte ad un livello scolastico e piuttosto accessibili.

Trattandosi di un’avventura grafica in prima persona, è facile cadere nell’effetto “punta e clicca” ossessivo compulsivo. Gli spazi ampi un po’ lo evitano, spingendo il giocatore verso la luce e l’esplorazione. In effetti si è quasi invitati ad uscire fuori dall’edificio, anche se si ha la costante sensazione di aver dimenticato qualcosa. E puntualmente è così. Il trucco è non lasciare mai nulla al caso e utilizzare l’inventario a disposizione. La struttura ricorsiva del gioco vi fa ritornare sempre nei soliti punti e lo fa per un motivo. Il perché è alla base del gioco.

QUESTIONE DI PROSPETTIVE

È una storia di una persona, vissuta “da dentro” quella stessa persona. Una semplice frase in grado di racchiudere il succo del gameplay di In Rays of the Light. Come dicevamo all’inizio della nostra recensione, il tutto è catalogabile nel genere FPP, dove l’elemento della prospettiva è fondamentale. È come se il buon Sergey ci volesse dire “Ok ragazzi questa è la mia storia raccontata dal mio punto di vista”.

Tra i parametri modificabili, nell’essenziale menu delle opzioni, troviamo la velocità della telecamera. Attraverso un selettore, la sensibilità varia a seconda delle vostre preferenze. Modificare questo parametro, però, vi cambia molto l’esperienza generale di gioco. Come vi dicevamo prima, questo è un gameplay “ragionato”. La fretta o la reattività lo fanno assomigliare a un FPS, quello che in fondo non è e non vuole essere.

Ogni stanza ha una storia da raccontare e può nascondere al suo interno segreti e misteri da svelare. Un’attenzione particolare va dedicata ai messaggi manoscritti, alle parole dipinte sui muri e ai vari documenti che trovate via via che la trama si consuma. In Rays of the Light nasconde molti puzzle da risolvere, alcuni bloccanti e altri che vi danno l’illusione dell’inutilità. Ricordate che i finali sono due, per cui sta a voi fare delle scelte.

Scelte che riflettono sì il vostro modo di giocare, ma molte dipendono anche da quello che succede davanti ai vostri occhi. Il punto di vista è sempre quello, è la scelta di andare da una parte piuttosto che dall’altra è sempre e solo vostra. Sotto questo aspetto si può restare spiazzati. Di solito un videogioco ti crea dei percorsi obbligati da seguire, che ti portano dal punto A al punto B. Lo sviluppatore russo non traccia alcun percorso, scegliendo per voi solo il punto A. Il B spetta a voi.

COMMENTO FINALE

Il nostro ricordo va a Visage, Amnesia Rebirth, Those Who Remain, Deliver Us to Moon, Infliction: Extended CutDraugen. Tra le più recenti interpretazioni del genere, questo FPP, che, in qualche modo, hanno avuto la capacità di raccontare una storia da un punto di vista ben preciso. Il nostro. In Rays of the Light non è da meno, e ci aggiunge quel pizzico di solitudine e malinconia che rendono più sentita l’esperienza generale di gioco. Mettici, poi, il fatto che siamo noi contro il resto del mondo è la ricetta è pronta.

Si tratta di un timido remake, visto che lo sviluppatore russo, oltre a sfruttare i cavalli della nuova PS5, altro non fa. Ne a livello di contenuti e ne di gameplay. Se vi siete persi il titolo originale poco importa. Se, invece, lo avete giocato, noterete un miglioramento grafico generale. Il buon Sergey si dimentica dell’esistenza del feedback aptico e dei grilletti adattivi. Due feature, queste, che se sfruttate potevano solo che amplificare il fattore immersione.

Graficamente, spicca una gestione dell’illuminazione da applausi. Unity, se utilizzato da sapienti mani, sa regalare dei bei colpi d’occhio. La risoluzione delle texture è accettabile, e il design delle ambientazioni è realizzato con criterio.

La comprensione del gioco è complicata dall’assenza di una localizzazione in italiano che poteva migliorare l’accessibilità al gioco. Come vi dicevamo prima, però, si tratta di un inglese scolastico e di facile comprensione. Nulla di preoccupante.

In questo clima di pandemia, affrontare un avventura da “Io Sono Leggenda”, può essere un tantino sarcastico e irriverente. Nonostante questo è comunque un modo per stare a casa e divertirsi, staccando i ponti con il mondo reale anche solo per qualche ora.

Pregi

Il fattore immersione viene edificato sulla base di un level design sapientemente costruito e una gestione dell'illuminazione in grado di regalare degli "scorci" d'autore. Il sottofondo musicale, realizzato dal compositore Dmitry Nikolaev, è la ciliegina sulla torta. La nuova PS5 aiuta, con la sua potenza grafica, a migliorare la risuoluzione delle texture e assicura un framerate stabile e privo di cali...

Difetti

... anche se alcune nuove e importanti feature non sono sfruttate. Il feedback aptico e i grilletti adattivi non vengono convocati ed il fattore immersione, purtroppo, ne paga le conseguenze. Si segnala, anche se non eccessivamente invasiva, l'assenza della localizzazione in italiano.

Voto

8